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Populismo non è uno spauracchio

Per superare la deriva populista è necessario un progetto di reinvenzione e ricostruzione della democrazia

rosanvallon

Un piccolo libro (costa solo 5 euro, consta di 35 pagine!) denso e anche di agevole lettura. Edito da Castelvecchi, in questi giorni di settembre, è stato pubblicato sempre in settembre sul sito: «La vie des idées», una  cooperativa di  intellettuali, luogo di dibattito e atelier del sapere, ed anche una rete di competenze che va oltre i confini della Francia e di discipline diverse.

L’autore, Pierre Rosanvallon, storico e sociologo francese – tra i più influenti intellettuali europei –  è professore di Storia al Collège de France e direttore d’istituto all’Ecole  des Hautes études en sciences sociales. Ha pubblicato, tra l’altro: Il popolo introvabile e il politico. Storia di un concetto (2005), La società dell’uguaglianza (2016), Contro-democrazia. La politica nell’era della sfiducia (2017).

Indignazione e inquietudini

Front National di Marine Le Pen, Francia; Ukip di Nigel Farage, Gran Bretagna; Movimento 5 stelle, Italia; Partito del popolo danese, Danimarca; Veri finlandesi, Finlandia; Podemos, Spagna; Aalternative für Deutschland, Germania, ecc.  E’ sempre molto complicato fare una lista di questo tipo! Ad esempio: non possiamo più mettere in essa l’attuale Syriza, Grecia, dove  Alexis Tsipras governa da qualche anno un Paese ridotto allo stremo, riportandolo  verso il ristabilimento di sua consistenza sociale e democratica.

Abbiamo fatto soltanto un piccolo elenco e messo forzatamente insieme fenomeni e realtà diversificati. Scrive Pierre Rosanvallon: “Se talvolta in Europa c’è indignazione o inquietudine davanti allo sviluppo del populismo, è necessario anche raggiungere un’intelligenza di quella inquietudine, una scienza di quella indignazione, respingendo sia il moralismo indistinto che il disprezzo altezzoso. Non limitarsi a una condanna pavloniana, facendo della parola populismo uno spauracchio, senza teorizzarlo né pensarlo”(p. 17).

Uscire dalle ambiguità

Esisterebbe una  buona e una cattiva maniera di essere democratici? Una buona e una cattiva maniera di stare vicino al popolo? Occorre eliminare queste ambiguità” (p.5). E siamo già catapultati nel bel mezzo del problema: tra interrogativi e esigenza di chiarezza.

L’approccio che si deve a questa problematica  necessita  di fare chiarezza sin dall’inizio: « Affinché populista non sia un insulto ma una categoria politica» (M. Campli, Il tempo d’Europa, tra intervallo e durata diario 2015-2016).  Dove sta la radice della ambiguità, che  costantemente si ripresenta nella storia ? Sta in uno scarto: “ il popolo è il principio attivo, il motore del regime democratico,  ne è l’indiscutibile potenza legittimante. Il problema in realtà è che si tratta di una potenza indeterminata. C’è quindi uno scarto tra l’evidenza di un principio – la sovranità del popolo, il potere attribuito  al popolo – e il carattere problematico del popolo in quanto soggetto sociale e politico” (p.5-6).

Un popolo introvabile

Già sotto questo specifico aspetto (“soggetto sociale e politico”) il popolo si presenta, ed è, caratterizzato da un’alta problematicità. Si aggiunge ad essa, subito, la circostanza che nella Storia e nella Letteratura «popolo» non è (solo)  un “fatto sociologico”, bensì ci un “concetto che si incarna nell’azione: «popolo-evento». Questa composizione letteraria non è neutra, al contrario carica – nella “vita ordinaria delle democrazie”-  il soggetto popolo di indeterminatezza. Dopo la rivoluzione democratica (la rivoluzione francese, con le conseguenze che si irradiarono verso tutto l’occidente), inoltre,  l’imperativo dell’uguaglianza mette in moto un processo che tende a” rendere astratto il sociale”, in quanto mette (“erige”) “l’individuo a principio costitutivo” del sociale. “il popolo-principio si distacca in tal modo dal popolo concreto; la sua consacrazione politica rende più incerta la sua determinazione sociologica” (p. 9). E il processo continua la sua corsa: nella democrazia il popolo diventa numero (“ cioè forza composta da uguali, da individualità puramente equivalenti sotto il regno della legge; è ciò che il suffragio universale esprime alla sua maniera radicale”).

Rappresentare il popolo

Su questa configurazione (“aporia”) si innerva il “lavoro della rappresentanza”. L’aporia consiste nella contraddizione tra “la natura della società democratica (la società senza corpo) e i presupposti della politica democratica (la costituzione di una persona fittizia rappresentata). Il “lavoro della rappresentanza” è quell’insieme di strumenti e sistemi per “«avvicinarlo» costantemente, con il duplice ausilio di una visione politica e di una elaborazione intellettuale” (p.11). Gli strumenti e i sistemi finalizzati a rendere concreta la rappresentanza non fanno la democrazia “compiuta”, senza la visione politica e la elaborazione intellettuale di essa: “ il popolo non è solo semplicemente un principio direttivo, ma anche sostanza e forma sociale della democrazia (…) esiste solo sotto la forma di promessa o di problema, di progetto da realizzare” (p.13)

Pensare il populismo

In questo snodo tra “non solo” e “anche sostanza e forma” si svolge il dramma della“incompiutezza della democrazia-regime e pone con urgenza la questione della raffigurazione del soggetto collettivo della democrazia” (p.15). E qui entra in scena il fenomeno-soggetto «populismo». “E’ da qui che occorre partire, e non da definizioni a priori, per pensare il populismo (…) Il populismo può essere inteso come forma di risposta semplificatrice e distorta a queste difficoltà. Pertanto non si può concepirlo solo in quanto «stile» politico, come lo definiscono alcuni, riducendolo alla sua dimensione demagogica” (16). Il lavoro democratico/la democrazia al lavoro – cioè  costruzione e comprensione permanente della democrazia – è una faccia della medaglia: “se vogliamo comprendere meglio la democrazia, dobbiamo afferrare meglio che cos’è il populismo; perché la comprensione della democrazia è inseparabile dalla comprensione delle sue distorsioni” (p. 17).

Dall’altra parte della medaglia, vediamo la faccia del populismo. Un fenomeno variegato, molteplice: “ lo storico si vede costretto a sottolineare che questa categoria possiede una storia più lunga e più composita del totalitarismo. Al tempo stesso il populismo si dimostra la forma assunta nel XXI secolo dal rivoltarsi della democrazia contro se stessa, com’era stato nel secolo scorso il totalitarismo. E’ dunque altrettanto urgente pensare oggi il populismo, com’era stato tra gli anni cinquanta e sessanta pensare il totalitarismo(…) Si potranno così distinguere i populismi di governo dai populismi di opposizione o da quelli di denuncia. Ma tutti questi non erano che casi particolari. Mentre il populismo contemporaneo costituisce un fatto strutturante globale delle democrazie contemporanee” (p. 18-20).

La triplice semplificazione populista

Dunque una (stessa) medaglia. “La questione del populismo è di fatto interna a quella della democrazia. Non si tratta di parassitismo estrinseco, la sua presenza obbliga a pensare la democrazia per realizzarla meglio” (17). Non dimenticando, pertanto,  mai che esso (populismo) si presenta come fenomeno multiforme e diversificato, possiamo concentrarci sulle tre semplificazioni nelle quali l’insieme delle sue manifestazioni si appalesa:

  1. Una semplificazione «politica e sociologica»: il popolo come soggetto evidente, distinto e “definito” (contro) dalla sua separatezza dalle élite. Viviamo certo in società segnate dalla secessione dei ricchi, ma l’esistenza di un’oligarchia e la secessione dei ricchi non bastano a definire il popolo e a considerarlo come una massa compatta (p. 22).
  2. Una semplificazione «procedurale e istituzionale»: è quella azione e comunicazione – forse la più nota ed evidente (urlata) – che afferma la corruzione strutturale, ad opera dei politici, della democrazia rappresentativa; e, per derivazione, il sospetto anch’esso urlato su tutte le istituzioni di controllo e/o non direttamente elettivi. “Uno dei primi provvedimenti attuati in Ungheria dal governo Orban è stato il ridimensionamento della Corte Costituzionale, in quanto corpo «aristocratico” (p.22).
  3. Una semplificazione nella concezione del «legame sociale»: “il populismo pensa che ciò costituisce la coesione di una società sia la sua identità e non la qualità dei rapporti sociali. Una identità che è sempre definita negativamente, a partire dalla stigmatizzazione di quelli che devono essere respinti o espunti” (p.23).

Complicare la democrazia per realizzarla

Ne consegue che “il compito di superare la deriva populista invita a riflettere su come realizzare meglio la democrazia ( …), per criticare il populismo è perciò necessario un progetto di reinvenzione e ricostruzione della democrazia” (p.25).  Pierre Rosanvallon, precisa che per contrastare le semplificazioni occorre «complicare» la democrazia, benintesi: per «Realizzarla», ed indica queste essenziali direzioni.

Ripartire dal valore del “popolo elettorale-numerico” (“ha una forza direttiva ed una forza pacificatrice, la dimensione maggioritaria è il potere dell’ultima parola, è decisiva per questo”). Ma/E non dimenticare che “il problema che la definizione del popolo o dell’interesse generale deve inglobare la gran parte della società e non la sua semplice maggioranza”). Dunque, perseguire incessantemente l’ascolto di “altre forme del popolo” (in aggiunta al popolo elettorale):

  1. il popolo sociale” (attraverso le manifestazioni dei vari tipi di conflitti; la opinione “indistinta e confusa che esiste attraverso Internet”),
  2. “il popolo –principio” (le regole fondanti del contratto sociale, è la Cositutuzione),
  3. “il popolo aleatorio” (un popolo difficile da raffigurare e, allora, in certi casi si ricorre all’estrazione a sorte per ricavarne un’immagine: una giuria popolare, i partecipanti ad una consensus conference.

Moltiplicare la Sovranità

Strategico per Rosanvallon è: “che ci sia una polifonia di voci. Non c’è un popolo che parla con una voce univoca. Per far parlare il popolo bisogna dunque moltiplicare le voci, moltiplicare i suoi modi di espressione. L’importante è dare il proprio posto a questi differenti popoli: il popolo elettorale aritmetico, il popolo sociale, il popolo-principio e il popolo aleatorio” (p. 28).

La finalità di tutta questa organizzazione della polifonia politica è una: moltiplicare la Sovranità. “Perché la democrazia non si riduce al un regime della decisione. La democrazia è un regime della volontà generale, cosa che si costruisce nel tempo. Consiste nell’elaborare un progetto, una storia collettiva (…) il condividere un certo numero di cose. E’ per questo che, nella storia della democrazia, la storia dello Stato sociale è stato inseparabile da quella del regime democratico” (p.33).

 

 

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